Montepulciano… già il percorso per arrivarci ti apre il cuore e nel mese di maggio poi… è una meraviglia. La strada, si snoda in curve lente, tra olivi, macchia e filari di viti. All’improvviso ti appare la città, adagiata sul monte Poliziano da cui prende il nome e ogni mattone, ogni chiesa, ti parla della sua storia.
Alleata di Firenze nel medioevo, si conquistò i suoi favori tanto che, per riconoscenza, i Medici la trasformarono in un centro d’arte di infinita bellezza. Già a quel tempo la città era utilizzata come riferimento commerciale per fiorenti scambi e la produzione vinicola era di così alta qualità da aggiudicarsi le lodi di Paolo III e Sisto V che definirono il Nobile “Il più perfetto dei vini”.

Nel 1986 Attilio Scienza e i ricercatori dell’Istituto San Michele all’Adige iniziarono a selezionare, nella Fattoria del Cerro, le migliori piante di Prugnolo gentile (clone del Sangiovese utilizzato per la produzione del Nobile). Ben presto la ricerca venne estesa a tutti i produttori associati e, dei 100 biotipi isolati, solo 15 furono impiantati nella Fattoria del Cerro, da Bindella e nei tenimenti Angelini, per studiarne le caratteristiche enologiche e fitosanitarie. Solo 3 vennero omologati con nomi riferiti alle tradizioni locali: Bruscello, Grifo e Bravio. Di pari passo iniziò un approfondito studio di zonazione del territorio che portò alla definizione delle aree più vocate del territorio. Il risultato è il moderno Nobile di Montepulciano di cui il disciplinare di produzione detta le regole: Prugnolo (min. 70%). Possono inoltre concorrere fino ad un massimo del 30% i vitigni complementari a bacca rossa idonei alla coltivazione nella Regione Toscana, purchè i vitigni a bacca bianca non superino il 5%. Il Nobile risulta un vino che, nelle sue migliori espressioni, è elegante, fine e la cui complessità di profumi si arricchisce con l’invecchiamento. Il bouquet si amplia in profumi terziari evoluti sostenuti da una struttura solida e dalla presenza equilibrata di acidità e di tannini austeri… Meraviglioso! Purtroppo dal XVII secolo iniziò un periodo di decadenza e nei primi del novecento il nostro vino era ormai dimenticato finché nel 1933 la Cantina Fanetti presentò, alla mostra mercato nazionale dei vini, un rosso speciale, prodotto con le stesse uve del Chianti che riscosse un grande successo. Da allora il percorso verso la qualità è continuato ma non è stato facile. Era necessario lavorare sui due aspetti che generano la straordinaria tipicità di questo vino: i vitigni che lo compongono e la scelta dei siti più vocati per la sua coltivazione. Ed è proprio partendo da queste riflessioni che iniziarono i progetti che daranno un impulso enorme al suo cammino verso la qualità.
Per assaporarlo meglio ho deciso di recarmi, in occasione di Cantine aperte, in visita ad alcune cantine del territorio tra cui l’Azienda Agricola Salcheto. Quando la raggiungi hai l’impressione di essere in uno di quei casolari di una volta. Ti viene incontro un vecchio cagnolino che scodinzola abbaiando e che non vede l’ora di prendersi qualche carezza. Intorno le vigne, con le piante di rose a capo del filare e un panorama mozzafiato sulla valle, ma non lasciatevi ingannare dall’aspetto bucolico. Qui tutto è finalizzato a una filosofia rigorosa che mette al primo posto la naturalità e la sostenibilità, dal trattamento della vigna, alla struttura e funzionalità della cantina, senza dimenticare la qualità dei vini.
Come ci spiega la nostra gentilissima guida, Salcheto è una cantina biologica e biodinamica, energicamente autosufficiente (usano l’energia geotermica), autoproduce il compostaggio, ha protocolli per controllare l’energia e la materia consumata lungo tutto il processo di produzione, al fine di ridurre le emissioni di gas e di acqua, evitando qualsiasi tipo di inquinamento. La stessa filosofia viene applicata ai vini che vengono prodotti con lieviti autoctoni e, per quelli per cui non è previsto invecchiamento, senza solfiti e senza filtrazione. Le uve sono raccolte manualmente e convogliate nelle vasche di acciaio da bocche costruite nel terrazzo che sovrasta la cantina sotterranea che hanno anche la funzione di illuminarla. Il rimontaggio viene effettuato utilizzando l’anidride carbonica che si forma durante la fermentazione. Sono “vini che hanno dentro uva e niente altro” ci viene detto con giusto orgoglio.
Degustiamo il nuovo vino “Obvius”, un prugnolo in purezza vinificato e invecchiato in acciaio che esprime profumi fruttati, fresco in acidità e con tannini ancora mordenti e asciutti. Finale leggermente amaro ma non sgradevole. Per il fatto di non contenere solfiti aggiunti può essere commercializzato negli USA come vino biologico.
A seguire apprezziamo il Nobile di Montepulciano “Salco”, ottenuto sempre da prugnolo in purezza ma che invecchia per 24 mesi in legno (70% tonneaux e 30% in botte) e 48 mesi in bottiglia. E’ un vino dai profumi fruttati, delicati ed eleganti, non molto complessi, ma tipici e nel quale il legno si presenta con leggerezza in toni di tabacco biondo. I tannini eleganti, asciutti e maturi, sono equilibrati da una buona acidità e da una struttura non possente ma adeguata. Il finale è leggermente amaro.
Avete deciso di visitare la cantina? Preparatevi a emozionarvi perché è stupenda, di stile classico con i suoi tini e con le sue colonne rosa simili a quelle del palazzo di Cnosso a Creta, ma anche moderna come un’astronave, essenziale e bellissima nella sua luce naturale.
Maria Miseferi
mary_mimmi@yahoo.it
