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Il vino dell’Oblast di Rostov nato sulle rive del Don

Il vino dell’Oblast di Rostov nato sulle rive del Don

Millenni. È il metro temporale che bisogna usare per immaginare antiche popolazioni venute da territori così lontani e sconosciuti, avvolte nel mistero, affascinanti, indaffarate a coltivare la vite sulle sponde del fiume Don, o Tanai dal nome della città greca Tana, in quella che è oggi la Russia europea. Molte le testimonianze archeologiche rinvenute presso la città di Rostov: anfore, vasi, ciotole per bere il vino con impresse le immagini del dio Dioniso; attrezzi di viticoltura e vinificazione… tutte testimonianze del lavoro di quelle genti che hanno vissuto in questa zona del mondo, che hanno prodotto, bevuto e negoziato vino prima di chiunque altro nella storia dell’umanità.

L’antico geografo greco Strabone ci racconta di vigneti coltivati lungo le rive del Don che venivano coperti con la terra durante il freddo inverno, tecniche che ancora oggi vengono utilizzate dai viticoltori. Greci, Sciiti, Khazari e Sarmiti si avvicendarono nel corso del tempo nella colonizzazione di questi impervi territori e nella coltivazione della vite, ognuno apportando un approccio diverso e caratteristico. I Khazari, popolo nomade proveniente dalla steppa, si stanziò in queste terre (che oggi corrispondono alla Russia meridionale-Ucraina fino alle montagne del Caucaso) intorno al VII secolo a.C., costruendo nei secoli un impero molto florido. Abili mercanti e coltivatori diedero una prima impronta enoica forti della loro conversione all’ebraismo, religione che prevedeva il consumo di vino.

Più tardi intrecci politici, economici e di potere, uniti a violente guerre civili, portarono alla scissione dell’impero e all’avvento delle religioni cristiana e musulmana e la viticoltura, in qualche modo, subì un rallentamento visto che a quei tempi a questo popolo era proibito il consumo di alcol. Se i Khazari contribuirono all’ascesa e allo sviluppo enologico, le successive invasioni da parte dei Tartari furono simbolo di distruzione per secoli. Questi, provenienti dal vicino Medio Oriente, depredarono le terre del fiume Don rendendole infruttuose e rischiando di annullare per sempre la viticoltura. Strano ma vero, fu un’altra popolazione di nomadi, soldati mercenari, che all’inizio del ‘400 si stanziò lungo la riva destra del Don per dare vita a un orgoglio enoico ancora oggi osannato dai viticoltori del posto: i Cosacchi.

La moderna industria russa del vino ebbe inizio con l’era zarina e in particolare con il principe Alexander Galitzine verso gli inizi dell’800. Questi fondò una prima azienda per la produzione di spumanti che vinse un premio nel 1885 all’Esposizione di Parigi. Dopo la crisi del XX secolo legata ai disastri della fillossera e della rivoluzione bolscevica del 1917, nel 1960 il governo sovietico decise di rilanciare la viticoltura prendendo ad esempio l’attività cosacca e iniziando a selezionare le varietà autoctone dei primi vigneti. Il primo risultato fu la nascita de “L’industria di stato di Vedernikov”: la base della impresa vitivinicola russa e bacino di tutte le varietà autoctone della Valle del Don.

Nel 1980 l’Unione Sovietica era diventata il quarto produttore mondiale di vino dopo Francia, Italia e Spagna. Verso la fine dello scorso secolo arriva un’ulteriore fase di crisi causata una drastica riduzione dei consumi interni di vino a seguito di una campagna contro l’abuso di alcol, portando giù in picchiata la produzione del paese che si attesta al ventunesimo posto. Nel 2012 il mercato del vino russo corrispondeva a 485,1 milioni di bottiglie, di cui il 63% era destinato al consumo interno. In termini di volume 7 aziende su 10 appartengono però alla fascia di prezzo basso.

Ma lungo le rive del Don, prima che l’affluente si tuffi nel Mar Nero, ci sono quelle poche aziende che in questo paese stanno facendo gradi sforzi per riportare il vino russo a livelli di qualità accettabile. Forse perché lo sguardo di molti di noi è più propenso a rivolgersi verso quell’ovest tecnologico e modaiolo piuttosto che proprio a quell’est ancora avvolto dall’immagine inflazionata di regime ed imposizione…

La zona attorno alla città di Rostov è tra le più a nord del mondo per la viticoltura, una striscia relativamente stretta affiancata da ripidi pendii che da una parte abbracciano il fiume verso la fine del suo corso e dall’altra adiacente alla fredda ed immensa steppa. Un paesaggio affascinante in cui i vigneti si stagliano contro i tumuli degli antichi sciiti, segno tangibile delle gloriose origini. Le temperature d’inverno sono freddissime tanto che il 70% dei vigneti vengono coperti dalla terra per ripararli, pratica necessaria ma costosa che incide del 50% sulle spese totali. Solo le varietà ibride, purtroppo concepite per essere allevate in queste condizioni e portatrici di scarsa qualità, possono stare scoperte per tutto l’inverno, quando la temperatura scende tra i -25 e i -28 ° C. D’estate invece le temperature salgono anche a 38/40 °C… e se la vite deve soffrire per dare del buon vino allora questo deve essere eccellente!

valery troychuk e suo figlio maximI terreni sono costituiti da Chernozem (terra nera) con uno scheletro molto povero, gli strati di tessuto si alternano a rocce calcaree e argilla con spessore variabile e le falde acquifere sono molto profonde e i terreni ben drenati. Valery Troychuk e suo figlio Maxim sono un esempio di viticoltura della zona. A 100 km dalla città di Magarch si estende il loro vigneto di 200 ettari quasi tutti a varietà autoctone, anche se i Troychuk non hanno resistito a coltivare qualche varietà francese. La cantina Vedernikov è stata fondata nel 1970 e dal 1999 è condotta da Valery. Nel 2005 producono la prima annata di quella che si prospetta un’era di successi. Il vino è “ premium’”, un concetto che in Russia sembra distinguere il vino di qualità dal vino quotidiano economico, che spesso non è del tutto fatto di uva russa. A conferma di ciò i Troychuk sono orgogliosi nell’affermare che “i nostri vini di qualità sono al 100% prodotti con la nostra uva“.

Tra i vitigni autoctoni allevati c’è il Krasnostop, varietà a bacca nera, composto da due cloni. Il primo è Krasnostop Zolotovsky, orgoglio dell’azienda, una varietà non molto precoce e ben resistente alle temperature invernali. Il vino che si ottiene è “un’altalena naturale di sensazioni. Questa è una varietà che dà una alto contenuto di alcol, un alto contenuto di acido, un alto contenuto di tannino. Alto in tutto… tra cui il sapore” così lo definisce Valery. Spesso lo si trova vinificato con varietà occidentali come il Cabernet Sauvignon. La vinificazione viene fatta sia in acciaio che con passaggi in legno. Nel primo caso il vino ha un’anima giovane. Note di ciliegia e gelso nero con un sottofondo amaro quasi di chinotto e cioccolato fondente. Tannino ben evidente, acidità sostenuta ma ben equilibrata, austero, con un volume alcolometrico del 14%. Il vino subisce un passaggio in legno di rovere ed è molto più morbido quasi speziato. Le note fruttate sono solo un ricordo. In bocca entra deciso ma sembra perdersi per strada. Buono ma non eccitante come quello vinificato solo in acciaio. L’altro clone del vitigno è Anapsky proveniente dal vicino Mar Nero.

vigne nel donAltre varietà importanti autoctone lavorate in azienda sono il Sibirkovy, varietà a bacca bianca che cresce solo lungo le rive del fiume Don e il Chorni Tsimlyansky a bacca nera. Anche il bianco autoctono lo troviamo in due versioni: acciaio e legno. La versione in acciaio è l’essenza della primavera. Fiori bianchi, erba, citronella, finocchio, mela verde. Poi arriva la frutta, soprattutto melone. Odori freschi ma non invadenti. In bocca si avverte da subito una certa rotondità con qualche picco pungente di acidità un po’ in contrasto. Sapido, buona persistenza e nel complesso equilibrato. La versione in legno prevede passaggi in rovere per il 75% e quercia per il restante 25% per 6 mesi. Ma forse non rende giustizia. Gli aromi di frutta sono latenti se non un leggero agrumato sullo sfondo. Grande floreale di ginestra. Una strana nota quasi tannica apportata dal legno di quercia che va a discapito dell’equilibrio gustativo. Infine c’è il Rkatsiteli, anche questo a bacca bianca, sconosciuto agli occidentali, uno dei vitigni più impiantati nella ex Unione Sovietica tanto da essere stato considerato la terza varietà più diffusa al mondo dopo Airen e Grenache. Vittima della politica degli “espianti selvaggi” proposta da Gorbaciov a metà degli anni ’80, oggi resta ancora piuttosto diffusa nelle regioni viticole russe. Regge bene il freddo, molto produttivo, versatile, dà un vino caratterizzato da un buon livello di acidità e zucchero. Molto fresco al naso. Note di albicocca, banana, melone e un fondo minerale. In bocca colpisce per la sua immediata ed elegante freschezza seguita subito dalla morbidezza. La sapidità arriva sul finale con note un po’ amarognole di bitter. Lungo. 14%Vol.
Pia Martino

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