Si rende necessaria una premessa che più che di onestà intellettuale ha il sapore di una aperta dichiarazione d’interesse al genere e al periodo che caratterizzò il Medioevo. Nonostante l’immeritata bolla di periodo buio della storia, frutto di interpretazione ideologica soggettiva dei vincitori rinascimentali, posti in antitesi al credo medioevale caratterizzato dall’unitarietà della concezione della vita riconosciuta come totalmente determinata dall’appartenenza alla Chiesa e le cui manifestazioni culturali, sociali e politiche ne furono profondamente permeate, fu non solo fucina industriosa di cultura ma anche fulcro originario della civiltà occidentale.
Umberto Eco afferma che ”tutti i problemi del mondo occidentale sono emersi nel Medioevo: le lingue moderne, le città mercantili, l’economia capitalistica, sono invenzioni della società medioevale” pertanto, possiamo così asserire che il nostro orizzonte culturale è profondamente medioevale.
L’esercito moderno, il concetto di Stato nazionale e di eresia, di deviazione ideologica, il conflitto tra Stato e Chiesa, i molti strumenti tecnologici e persino lo scheletro urbano, per non parlare delle Università nelle quali non ci si precludeva la via della trattazione di argomenti di ogni natura in nome della ricerca della verità. Tutto in ossequio a quella retta ragione che conduce alla fede, la stessa ragione che sarà, molto più tardi, usata come stigma al periodo dagli illuministi in odio a qualsiasi tradizione, soprattutto cristiana, precludendo la possibilità di conoscere veramente questo periodo in cui proprio la Chiesa era stata l’unica a difenderla la retta ragione.
Detto questo non verrà difficile, nel corso dell’eloquio, comprendere come mai anche un argomento quale il vino assuma un ruolo centrale nella vita e nella letteratura medioevale.
Lungi dal voler tracciare una sterile ricostruzione della storia del vino in Italia, tocchiamo solo alcune tappe salienti fino ad approdare al periodo che ci interessa: le origini antichissime della coltura della vite.
Nel passaggio da alimento a potenziale fonte di ricchezza con lo stanziamento dei Greci sulle coste siciliane, il vino assunse la fama consolidata di oggetto di culto religioso ereditato dagli etruschi e protratta poi da greci e romani. Roma conquistatrice puntò sulla quantità estendendo le coltivazioni fino ai confini dell’Impero per soddisfare il fabbisogno di quel vino il cui consumo diventò tra gli obiettivi principali dell’Impero. L’espansione dei domini romani e i vigneti svilupparono insieme ma, con la decadenza di Roma, le coltivazioni precipitano fino quasi a scomparire. Solo all’alba del Medioevo le cose cambiano radicalmente, in particolare con il trionfo del cristianesimo che “trasferisce definitivamente il vino nella ritualità eucaristica assurgendo a piena santificazione, simboleggiando ed incarnando la vita contemplativa, cioè la possibilità di conoscere l’essenza delle cose, in una parola la gnosi, cioè la virtù massima concessa da Dio all’uomo”. La produzione vitivinicola passò così dalle aziende romane agli ordini monastici, le uniche istituzioni capaci di tramandare le tradizioni vitivinicole antiche e di adibire a vigna il territorio di propria pertinenza.
Grazie ad essi il vino riacquista presto il suo posto non solo tra i ceti più elevati ma si afferma anche quale componente dell’alimentazione quotidiana delle classi sociali più basse.
Per comprendere quale portata avesse il vino nel periodo medioevale basta leggere qualche grande storico dell’economia: “Il vino si esportava da alcune zone della Grecia, di Rodi, di Cipro, e in maggior quantità dalla Francia che aveva i più grandi vigneti. Henri Pirenne ha scritto che nel secolo XII avrebbe sollecitato la navigazione atlantica e avrebbe influito sul diritto commerciale. Yves Renouard ha documentato che le esportazioni dalla Borgogna nel 1308–1309 raggiunsero la punta massima di 102.704 tonneaux equivalenti a 850.000 ettolitri; dopodiché, riferendosi ai dati statistici del secolo XX, e trovato che nel 1900 la esportazione dei vini di Bordeaux era di 735.000 ettolitri, e nel 1950 quella da tutta la Francia di 900.000, ha concluso che ‘le cifre della esportazione del vino nel Medioevo erano di importanza moderna’”.
Di quanto fosse costume comune il consumo di vino ci vengono in aiuto le testimonianze letterarie. Nella poesia goliardica, per esempio, non solo emergono con chiarezza le tre grandi passioni del gioco, della taverna e dell’amore, tanto è che il motto del goliardo è “Meum est propositum in taberna mori, / ut sint vina proxima morientis ori” (morire nella taverna per essere più prossimo al vino), ma viene anche fornita un’immagine del tutto particolare della società, una rappresentazione evidente di come tutti bevessero vino senza distinzione di sesso o di posizione sociale.
Indimenticabile la lezione del goliardo senese Cecco Angiolieri : “Tre cose solamente mi so ’n grado / le quali posso non ben men fornire: / ciò è la donna, la taverna e ’l dado / queste mi fanno ’l cuor lieto sentire”. Per il suo collega Folgore da San Gimignano uno dei piaceri della vita era costituito dal vino, tanto che nella sua corona dei mesi raccomanda la compagnia del buon vino nelle diverse stagioni dell’anno. A febbraio, al rientro dalla caccia, suggerisce di “far trar del vino e fummar la cucina,”mentre ad ottobre “La sera per la sala andate a ballo / e bevete del mosto e inebrïate / ché non ci ha miglior vita, in veritate; / e questo è ver come ’l fiorino è giallo. / E poscia vi levate la mattina, / e lavatevi ’l viso con le mani; / l’arrosto e ’l vino è buona medicina.”.
Non mancano tuttavia scritti in cui il vino veniva demonizzato come nel De Rerum Vulgaria Fragmenta di Petrarca in cui il vino compare nel suo aspetto più ombroso e quale ‘nido di tradimenti’ diventa mezzo di perdizione, tra licenze e sfrenatezze di ogni genere. Nel Canzoniere infatti non se ne parla se non unicamente nel sonetto “Fiamma dal ciel su le tue trecce piova”. In Dante, al contrario, troviamo anche un esplicito riferimento ad un vino in particolare, la Vernaccia, che non è certo quella odierna di San Gimignano, nonostante tracce di questi vini risalgano al 1200 (vernaculum era il nome che i latini attribuivano ai vitigni del luogo senza specificazione). Il Sommo Poeta lancia espressamente un’invettiva contro il goloso papa Martino IV il quale, come ricordano gli antichi commentatori, pare annegasse le anguille nel vino prima di mangiarle arrostite “faccia / di là da lui, più che l’altre trapunta, / ebbe la santa chiesa in le sue braccia. / Dal Torso fu, e purga per digiuno / l’anguille di Bolsena e la vernaccia” [Purg. XXIV.20–24].
Probabilmente però la vulgata si riferiva ad un vino ottenuto con il Canaiolo Nero, vitigno che si usava lasciar appassire per alcuni mesi prima della pigiatura, per poi ricavarne un vino dolce di pregio. La Vernaccia dantesca quindi potrebbe essere identificata con l’attuale Cannaiola di Marta, vino che prende il nome dallo splendido borgo affacciato sul lago di Bolsena e che si caratterizza per un colore rubino, un aroma vinoso e fruttato, un gusto leggermente amabile, di facile abbinamento con la pasticceria secca e con le anguille del luogo cotte alla brace.
Sono però in Boccaccio e nella sua grande opera letteraria, il Decameron, i riferimenti più interessanti al vino. Proscenio sul quale i personaggi interpretano spaccati di vita medioevale, il poeta mostra tra le pieghe la duplice funzionalità del vino, alimento e farmaco, che indaga alternando i criteri della logica della utilità personale, tema ricorrente riferito ai numerosi suoi personaggi appartenenti alla classe sociale dei mercatores, che durante il Medioevo si va affermando maggiormente e della quale il profitto personale ne è bandiera, e quelli più prettamente medico-farmacopeici.
Nella logica dell’utilità lo schema ricorrente in alcune novelle è quello di chi si pone l’obiettivo di ottenere qualcosa e attraverso una serie di artificiosi raggiri o inganni riesce nel suo intento. Il vino diviene così mezzo di corruzione fisiologico e morale, analizzato con piglio etico e scientifico.
Dalla novella VII della II giornata della bella Alatiel, principessa musulmana data in sposa al re Gabro per riconoscenza da suo padre Berninedab, naufragata sull’isola di Maiorca e salvata dal cavaliere Pericon da Visalgo, che fu indotta con l’inganno dallo stesso a bere vino contravvenendo alla sua fede musulmana, al fine di condurla nelle sue stanze in cui ella ”più calda di vino che d’onestà temperata, quasi come se Pericone una delle sue femine fosse, senza alcuno ritegno di vergogna in presenzia di lui spogliatasi, se n’entrò nel letto […] e incominciò amorosamente a sollazzarsi”; a quella speculare numero IV della VII giornata in cui l’avvenente Ghita, moglie di un tale Tofano da Arezzo, gelosissimo di lei, ricorre al vino per farlo ubriacare affinché “avendo già tra’ costumi cattivi del suo marito conosciuto lui dilettarsi di bere, non solamente gliele cominciò a commendare ma artatamente a sollecitarlo a ciò molto spesso […] e quando bene ebbro il vedea, messolo a dormire, primieramente col suo amante” potesse incontrarsi. Già nell’introduzione all’opera Boccaccio ricorre al vino nella veste di corruttore quando descrive il palazzo in cui alcuni giovani si erano recati per scampare alla peste. Passando in rassegna le bellezze architettoniche delle stanze, l’attenzione si sofferma sulle cantine, non casualmente, che conservavano vini preziosi sottolineati dal commento che esse sono molto più adeguate “a curiosi bevitori che a savie e oneste donne”.
La sobrietà dunque diventa una virtù non solo più pertinente alle donne ma, dal punto di vista della moralità, un elemento necessario al carattere femminile. Nella prima novella più che l’inganno dell’uomo che induce la donna a concedersi, si condanna la bella Alatiel che appare come moralmente disonesta, corrotta ed incapace di fermarsi davanti alla “piacevolezza del beveraggio” contravvenendo alle regole della religione musulmana e dell’etica tardo medioevale. Nella seconda novella invece, giornata dedicata interamente alle donne e al tema delle “beffe, le quali o per amore o per salvamento di loro le donne hanno già fatte a’ suoi mariti, senza essersene avveduti”, il vino soddisfa l’utilità della donna, questa volta, di giacere con l’amante fungendo da sedativo.
In entrambe il vino funziona anche come mezzo di corruzione fisiologico che mina il corpo umano attraverso lo squilibrio umorale, secondo le credenze del tempo.
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