Qualcuno dice che 3 sono le ere del vino: l’età dell’anfora, della botte e della bottiglia. Custodi del nettare degli dei, rappresentano, nella bellezza delle loro forme e nella consistenza dei loro materiali, l’opulenza e l’eleganza del loro contenuto; non solo contenitori ma anche elementi fondamentali per la maturazione e l’affinamento e, talvolta, strumenti indispensabili, nei secoli, della sua evoluzione.
La sabbia forgiata con il fuoco crea il vetro che non solo abbraccia e contiene il vino ma che le dà anche una forma propria. La bottiglia è (parafrasando Trilussa), “l’astuccio trasparente di un sospiro”, lo spessore lucido e liscio che viene avvolto dalla mano dell’uomo al momento della mescita, la sorgente da cui sgorga il frutto di tanti sacrifici e la fonte di un grande piacere.
Affascinano le anfore abbandonate sul fondo del mare che riconsegnano, a volte inalterato, il loro contenuto, rassicurano le botti disposte in file ordinate in cantina ma la bottiglia è, più degli altri, a misura d’uomo. Il vetro, di cui è composta, ha origini antichissime. Il primo reperto, una perla, che risale al 3500 a.C., fu rinvenuto nella tomba di un Faraone a Tebe, ma bisogna aspettare il 1500 a.C. per poter mettere le mani su un recipiente di vetro.
Allora i manufatti cavi erano ottenuti con una tecnica definita su “nucleo friabile” che prevedeva un sacchetto pieno di argilla o sabbia, collegato con un manico che veniva ricoperto da fili di vetro. E’ solo nel I sec. a.C. che un vetraio di Tiro inventò la tecnica del vetro soffiato. I maestri vetrai iniziarono a viaggiare e dalla Siria si spostarono in Sicilia e in Puglia e poi in tutta Italia fino a giungere a Marsiglia, in Gallia e nella valle del Reno. I Romani continuarono l’opera di divulgazione in tutte le province e soprattutto nella valle del Rodano dove si era sviluppata la viticoltura. In Italia fu soprattutto la Serenissima a distinguersi per la finezza delle sue produzioni e già prima dell’anno 1000 a Venezia operavano i phiolieri (soffiatori di bottiglie). Le Fiele, Fiette o Metrite (le misure di vetro) e le bottiglie erano Monopolio dello Stato e potevano essere vendute solo all’interno della Repubblica. Il vino veniva conservato nei “bottazzi” e trasportate nelle “zucche” e già si usavano le fiasche impagliate mentre i boccali erano riservati alla mescita sul posto.
A partire dalla prima metà del ‘700 il consumo di vino aumentò e l’uso della bottiglia si diffuse in tutta Europa. Ne venne modificata la forma per assicurare una sua maggiore stabilità e, per evitare che il deposito formatosi all’interno potesse contaminare il vino, si munì la bottiglia di un fondo rientrante. E’ verso la metà del XVII sec che nasce in Inghilterra la prima vera e propria bottiglia da vino. Il corpo era a palla, la base rientrante e aveva un collarino sotto la bocca che serviva per assicurare la cordicella al tappo. Fautore, inconsapevole, di questa evoluzione, fu Giacomo I che, preoccupato per la distruzione delle foreste operata dai vetrai che utilizzavano il legno per alimentare le loro fornaci, ne proibì l’uso. Il legno fu sostituito dal carbone fossile che, permettendo di raggiungere una temperatura maggiore, rendeva possibile la fabbricazione di bottiglie più spesse in grado di sostenere anche alcune atmosfere di pressione. Erano bottiglie molto costose che richiedevano il recupero del vuoto e che permettevano ai produttori dello Champagne di effettuare la seconda fermentazione in bottiglia. Nonostante la maggior robustezza capitava frequentemente che le bottiglie scoppiassero, a causa di un difetto di fabbricazione o di una quantità troppo alta di zucchero aggiunto nel “liqueur de tirage”, ferendo lo sfortunato lavoratore.
Bisogna aspettare l’800 perché inizino i primi tentativi di meccanizzazione della produzione delle bottiglie e solo nel periodo che va dal 1880 al 1920 raggiungerà la trasformazione completa. Ai giorni nostri la bottiglia per il vino ha acquisito varie forme. Non importa se sia bordolese, renana o alsaziana. Quello che è importante è che sia diventata nel tempo, con la sua etichetta, non solo un elemento di caratterizzazione di un’azienda, ma anche un modo per entrare dentro la storia e la cultura di un popolo.
Maria Miseferi
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