Il pomodoro cuore di bue è originario degli Stati Uniti e fu importato in Europa verso il 1500; presenta frutti di forma piuttosto irregolare che possono, anche se raramente, arrivare ad un peso di mezzo chilo. La buccia di questo tipo di pomodoro è liscia e molto sottile, mentre la polpa è saporita, non molto ricca di acqua e con pochissimi semi. La caratteristica principale di questa pianta è di avere una crescita continua in altezza. I pomodori di maggiori dimensioni presentano costole più accentuate.
Di pomodoro cuore di bue ne esistono principalmente due varietà: Arawak e di Albenga.
Il pomodoro cuore di bue Arawak è quello che troviamo in Italia, soprattutto nelle regioni della Liguria e del Piemonte, anche se è diffuso un po’ in tutto il Paese. Ha una forma che ricorda molto quella della pera, con delle parti costolute non molto accentuate. Può avere un colore rosa, verde oppure rosso, la polpa è molto abbondante e quasi non presenta parti acquose. In cucina è molto usato per preparare insalate oppure sughi. In commercio lo si può trovare quasi per l’intero periodo dell’anno.
Il pomodoro cuore di bue di Albenga è frutto dell’unione di varie specie; presenta una polpa dal sapore dolce, poco acidulo, a forma di cuore molto costoluta e di grandi dimensioni. Può avere un colore rosso o arancio.
Il clima preferito dal pomodoro cuore di bue è di tipo temperato-caldo. La temperatura ideale per far giungere a maturazione i frutti è di circa ventitre gradi, mentre al di sopra dei trenta gradi possono avere danni e decolorazioni. La coltivazione del pomodoro cuore di bue va fatta bene in profondità con terreno di medio impasto e basteranno cinque chili di letame maturo ogni metro quadrato di terreno. Se si vuole integrare la concimazione, si deve impiegare del solfato di potassio e del perfosfato minerale, meglio se poco salino. L’impianto si effettuerà a seconda del tipo di clima: nel caso di una coltura nella stagione primaverile andrà fatto tra novembre ed aprile, per quella autunnale tra i mesi di luglio ed agosto mentre per quella in pieno campo tra aprile e giugno. Nella fase d’impianto, la distanza ottimale da rispettare sarà di circa un metro tra una fila e l’altra.
Il pomodoro cuore di bue ha bisogno di annaffiature regolari e costanti, soprattutto nella fase di sviluppo e ingrossamento dei frutti, ma non eccessive. Durante il periodo invernale, subito dopo l’operazione d’impianto, il pomodoro non dovrebbe essere annaffiato perché potrebbe andare incontro ad un rallentamento dello sviluppo e della crescita. Più che potatura, per i pomodori si parla di sfemminellatura, cioè l’eliminazione dei getti laterali che si formano ai piedi delle foglie; questa operazione è molto utile per limitare il numero di infiorescenze e permettere alla pianta di produrre pomodori di buona qualità. La raccolta del pomodoro cuore di bue si esegue a mano tagliando il peduncolo.
Esistono molti parassiti, batteri e virus che possono provocare danni anche molto seri alla pianta del pomodoro cuore di bue. Alcune malattie provocate dall’attacco di funghi possono essere: l’oidio, la cladosporiosi, il marciume azotato, la muffa grigia ecc. I batteri possono provocare la picchiettatura che si manifesta con la comparsa, su foglie e frutti, di macchie più o meno grandi; la maculatura, il cui sintomo è la comparsa di macchie di vari colori, su parti come frutti e foglie. Ci sono poi i virus che possono causare il mosaico del pomodoro ed altre gravi malattie. La comparsa di questi virus può essere favorita da parassiti come l’afidone della patata, l’afide nero della fava e i tripidi. Danni all’apparato radicale possono essere provocati dagli elateridi oppure dai nematodi, ai frutti dalle cimici, alle foglie dal ragnetto rosso.
Amato da ogni popolo e da artisti di ogni genere, Pablo Neruda, una delle più importanti figure della letteratura mondiale del XX secolo, gli dedicò questa ode.
Ode al pomodoro
La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di pomodoro,
il sugo scorre
per le vie.
In dicembre
il pomodoro
si libera,
invade
le cucine,
entra nei pranzi,
si siede
tranquillo
nelle credenze,
fra i vasi,
i piatti del burro,
le saliere azzurre.
Ha
luce propria,
maestà benigna.
Disgraziatamente, dobbiamo
assassinarlo:
si immerge
il cucchiaio
nella sua polpa vivente,
è una rossa viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per celebrarlo
si lascia
cadere
l’olio
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
il pepe aggiunge
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno….”
Chef Stefano Martinengo
stevemartinengo@live.it
