In questa tempesta finanziaria non sono molte le soluzioni che sanno entusiasmare gli animi e appagare le esigenze degli investitori: alcune tipologie di oggetti di lusso e da collezione sono in grado di farlo, e tra queste, in particolare, il vino. “Male che va lo puoi sempre bere”, amava ripetere l’avvocato Gianni Agnelli quando investire in etichette top era appannaggio di pochi ricchi.
Oggi il “bere bene” è diventato una moda, entusiasma una platea sempre più ampia di consumatori anche se non tutti possono permettersi un Romanée-Conti.
Su e-Bay impazzano le aste di vini meno cari e meno pregiati ma che tuttavia sono riusciti a crearsi un proprio mercato. Segno che cresce l’attenzione. Il vino d’autore è sì piacere, passione e glamour, ma dal ‘98 le etichette più pregiate possono trasformarsi in un’importante forma d’investimento.
Il vino, infatti, può rappresentare ormai un’interessante occasione di guadagno, tanto che oggi, in seguito alle crisi che stanno attraversando i mercati finanziari, sta superando notevolmente Bot, Borsa e beni immobiliari. L’investimento in vini d’annata non è certo nuovo al mercato borsistico che ha già assistito alla nascita nel 1999 del Liv–Ex (London International Vintage Exchange), un borsino che riflette il valore medio di quelli che dovrebbero essere i cento migliori e più commercialmente ambiti vini del pianeta.
L’indice è decisamente sbilanciato sulle produzioni francesi; infatti, il 94,49% è composto da vini Bordeaux, il restante 5.51% se lo spartiscono lo Champagne e qualche produzione italiana (0.49%). Un matrimonio tra vino e finanza relativamente recente.
Già prima del ’99, si era mosso qualcosa in relazione al binomio vino-finanza; infatti, il vero pioniere dell’investimento vinicolo è stato Christian Roger che nel 1998 ha avuto la brillante idea di fondere la sua passione di sempre, il vino, con la sua esperienza maturata negli anni lavorando in prestigiose banche internazionali.
Nasce così Vino e Finanza, prima società che oggi opera nel settore del vino a 360°, occupandosi in particolare di consulenza nell’investimento delle bottiglie, ma anche consulenza ad aziende vitivinicole e organizzazione di degustazioni di alto livello. Sulla scia di questa iniziativa poi si sono create delle strutture off-shore in Gran Bretagna, Svizzera e Canada, finché a Parigi nel 2001 è nato il primo fondo comune di investimento sui vini. Questo primato aggiunto a quello inerente la produzione vinicola consegna alla Francia il gradino più alto del podio enologico, subito dietro l’Italia.

Da gennaio 2008 nasce poi la prima SICAV (società d’investimento a capitale variabile), Elite Advisers. Questa nuova forma d’investimento genera profitti generalmente più cospicui rispetto alla semplice vendita tra privati o cantine. Ma come si investe?
Immaginate di affidare ad un gestore una somma di denaro, e fin qui nessuna novità, poi però al posto di azioni od obbligazioni nel vostro portafoglio avrete etichette prestigiosissime, tutte rigorosamente scelte e selezionate da un professionista che acquista e vende vino al posto vostro. L’accesso ai vari fondi è aperto sia ad investitori istituzionali che a singoli privati qualificati tramite la sottoscrizione di una polizza assicurativa che permette agli amanti del nettare di Bacco di investire i propri capitali beneficiando dei vantaggi propri dello strumento assicurativo e allo stesso tempo di realizzare un ritorno finanziario derivante dall’incremento di valore del fondo sottostante.
Il vino ogni mese viene valorizzato sulla base di sei liste di prezzi: due provenienti dai wine merchant in Europa, due dai wine merchant del Regno Unito e due dalle aste di Christie’s e Sotheby’s. Le aste vinicole sono circa 300 l’anno, quasi una al giorno, e da lì escono un gran numero di etichette pregiate, molto spesso vendute a un prezzo inferiore a quello del mercato.
Al termine del periodo d’investimento, in base agli accordi presi con il gestore al momento della sottoscrizione del fondo, è possibile recuperare l’ammontare del riscatto in cash oppure in bottiglie, e proprio in questo sta la sostanziale differenza con una normale operazione di investimento. Quattro i requisiti affinché una bottiglia possa generare profitti: altissima qualità, durata nel tempo, richiesta di mercato e rarità.
Qual è e come cresce il valore del vino? “Il valore del vino è legato in modo stretto all’aspetto qualitativo, cioè del suo potenziale di invecchiamento, poi dopo un certo numero di anni entra in gioco un secondo aspetto che è la rarità, bottiglie che vanno dai 30 ai 50 anni, ma i due aspetti sono molto legati. La rarità senza la qualità non porta a nessun risultato. Ad esempio una bottiglia di Romanèe-Conti del ’44 che ormai è un’annata morta non vale più di 50 euro, un Romanèe- Conti del ‘45 ne può valere 10 mila”. Se cercate al giusta etichetta su cui investire“.Qualche suggerimento da chi ha fatto passione la sua fortuna: Christian Roger, fondatore di Vino e Finanza. Il vino è un investimento di successo “… perché il vino rappresenta una forma di investimento che ha così tanto successo? Primo perché è un prodotto di lusso, che contrariamente a quanto si pensi non è un prodotto di collezionismo, ma di consumo; infatti, nonostante sia un bene di lusso al contrario di barche o macchine, che pochi possono permettersi, il vino invece è disponibile a molte persone. Una bottiglia da mille euro non è una spesa irraggiungibile, è un lusso che molti possono offrirsi. Secondo, il vino è totalmente decorrelato dai mercati, segue logiche diverse, e quindi anche in periodo di recessione si possono avere delle plusvalenze sulle grandi bottiglie”.

La differenza sta tutta nella qualità del prodotto. Oggi il vino gioca lo stesso ruolo che aveva l’oro qualche anno fa nei confronti della Borsa. I prezzi dei grandi vini degli ultimi 30/40 anni non sono mai diminuiti, bisogna sempre tenere in considerazione che è l’unico prodotto agroalimentare che si modifica nel tempo. Un vino di un’annata giusta con il trascorrere del tempo garantisce il capitale iniziale, anzi quasi sicuramente lo fa lievitare.
Bisogna poi fare attenzione alla liquidità del prodotto, quindi al potenziale di rivendita, vige la regola classica dell’80/20: se si prende un catalogo d’asta, e di aste ce ne sono circa 300 all’anno, si vede come l’80% delle etichette saranno costituite da un numero ridotto di nomi e il 20% sarà costituito da una grande moltitudine di vini. Può capitare di puntare su etichette “moderne”, ma sempre con molta cautela perché poi bisogna vedere come il prodotto evolve e capirlo anticipatamente è molto difficile. E’ importante quindi comprendere subito il potenziale di invecchiamento che fa cambiare a sua volta il potenziale di valore.
Una cosa è certa: i vini che stanno sotto i 100 euro hanno poche possibilità di avere delle evoluzioni; invece vini che partono da 500 euro in su hanno grosse possibilità in base alla legge dell’offerta e della richiesta, soprattutto in seguito alla grande richiesta dei mercati “emergenti”. Le etichette super top, le cosiddette “blue-chips wine”, possono arrivare anche ad una percentuale di rivalutazione del 500%, naturalmente questi numeri possono essere raggiunti solo da pochissime etichette di pochissime marche. Quindi se si vuole investire in Italia si deve puntare sui grandi rossi: Brunello, Barbaresco e Barolo su tutti. Per fare un esempio la Biondi Santi, storica griffe che ha creato il Brunello di Montalcino, è la cantina a più alto indice di rendimento in Italia; infatti la Riserva 1955, unico vino italiano inserito tra i migliori dodici del Novecento nella classifica di Wine Spectator, si è rivalutata del 141.923% dal 1961.
Naturalmente sono esempi rari, ma servono a ricordare come vi possano essere delle bottiglie italiane che reggono tranquillamente il confronto con i grandi Premier Crus francesi. Bisogna infine ricordare che “Nel vino ci possono essere periodi di stabilità totale dove i prezzi non variano e poi in quindici giorni avere uno scalino abbastanza importante. Ad esempio il vino vendemmiato nel 2007 inizierà ad avere vita sul mercato nel 2010”.
Buon investimento!
