Molti lettori avranno sentito parlare, con frequenza crescente negli ultimi anni, di “Italian Sounding” termine che indica una vera e propria truffa nei confronti dei consumatori e che interessa in particolare il settore enogastronomico. Di fatto si tratta dell’utilizzo di denominazioni, marchi e segni distintivi riconducibili al nostro paese, usati per promuovere prodotti di discutibile qualità che comunque nulla hanno a che vedere col made in Italy.
Una concorrenza sleale che sottrae ai nostri produttori una fetta di mercato stimata in circa sessanta miliardi di euro l’anno. L’intero settore agroalimentare risente di questa mistificazione ed in particolare quello vitivinicolo con almeno 20 milioni di bottiglie di falso vino italiano, provenienti soprattutto da Usa, Canada e Gran Bretagna.
Il merito va all’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT) che, in sinergia con l’Università Politecnica delle Marche, ha promosso l’iniziativa “in vino mendacium”, che ha ottenuto una folta partecipazione di pubblico e grande copertura mediatica. Alla presenza di Alberto Mazzoni, direttore dell’IMT, del Prof. Natale Giuseppe Frega del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’UNIVPM e dell’Assessore regionale all’ambiente Maura Malaspina, è stato celebrato un vero e proprio processo a un prodotto ottenuto con un wine kit di Verdicchio (canadese), con tanto di confronto con l’originale omonimo dei Castelli di Jesi. Il tutto condito dalla presenza divertente e irriverente dell’attore Neri Marcorè e di Fede, il co-conduttore di Decanter di Radio 2.
Un Verdicchio dei Castelli di Jesi base, da 4/5 € contro un “Verdicchio” che nelle intenzioni dei canadesi dovrebbe avere un paio d’anni d’invecchiamento in cantina (venduto a circa 1,22 € a bottiglia nel mercato americano). In realtà si è trattato di una competizione senza storia: il Verdicchio forte della sua notevolissima carica polifenolica e aromatica si è trovato di fronte ad una bevanda praticamente inodore, incolore e insapore ottenuta dopo quattro settimane di lavorazione domestica (come recita l’etichetta sul box).
Il funzionamento del wine kit è assai semplice: a 5 litri di mosto concentrato (contenuto in una sorta d’inquietante, enorme, sacca da plasma) viene aggiunta acqua fino a ottenere circa 30 litri di prodotto finito. Il mosto così diluito viene fatto fermentare con appositi lieviti e attivatori. Viene poi chiarificato con una bustina di bentonite e infine aggiunta vitamina C per non far cambiare colore al vino, una volta imbottigliato. Completano il kit tappi, capsule ed etichette su cui campeggiano fantasiosi castelli. Il risultato è piuttosto deludente giacché ci si trova di fronte a una bevanda idroalcolica di circa 10,70° che, come ha chiosato Neri Marcorè “sa di colla… fa un po’ effetto… col vino non ha niente a che fare… bevanda che ricorda vagamente la colla!”.
Una specie di piccolo chimico con cui trascorrere ludicamente qualche ora, se non fosse che questo gioco minaccia un export di oltre 8 milioni di bottiglie, circa la metà della produzione annua di Verdicchio, come da qualche tempo denuncia Alberto Mazzoni. Per di più in una situazione normativa che, pur garantendo elevati standard all’interno del mercato nazionale, non tutela i nostri produttori a livello internazionale e in particolare fuori dalla Comunità Europea.
Per questo occorre un’opera ininterrotta di sensibilizzazione del pubblico sulla qualità del vino, in particolare in quei paesi come Usa, Canada e Gran Bretagna che hanno conosciuto negli ultimi anni il moltiplicarsi delle cosiddette “cantine degli orrori” che continuano a erodere quote di mercato ai nostri prodotti d’eccellenza.
