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Viaggio nelle bellezze e vini del Trentino

Viaggio nelle bellezze e vini del Trentino

Il mio viaggio nelle bellezze e nei vini del Trentino continua. Costeggio  Trento, supero Lavis, San Michele all’Adige poi la piana si allarga. L’Adige scorre, pieno e impetuoso alla mia sinistra, a destra un susseguirsi di vigne… sono nel Campo  Rotaliano, sono nel territorio del Teroldego.

Qui passava la via Claudia Augusta, la più importante via di comunicazione dei Romani che fu ideata e costruita per facilitare il transito dei  legionari e dei cavalli  che avrebbero partecipato alla Compagnia delle Alpi. Già allora il nostro vitigno  veniva coltivato e il vino prodotto era conosciuto ed apprezzato.

Una volta il Mezo (così veniva denominata anticamente la pianura) non si presentava come ai nostri giorni. Il Noce affluiva nell’Adige all’altezza di San Michele e causava, con le sue frequenti piene, danni ingenti alle terre e alle persone. Per questo motivo, verso la metà del 1800, sotto il dominio austroungarico, la zona venne bonificata e il corso del fiume venne modificato.

La deviazione del fiume, che viene a confluire nell’Adige non più a San Michele ma a Zambana, crea l’attuale territorio della Piana che presenta differenti caratteristiche del suolo a secondo della minore o maggiore distanza dall’antico letto del fiume. La cosa “magica” è che nel Noce hanno confluito nei millenni diversi tipi di ciottoli: graniti e calcare dalla Presanella, arenaria di origine porfirica dall’Ortles e dal Cevedale, Porfido a base di quarzo dal Penegal, dolomie dal monte Roen. Tutte queste rocce, levigate e affinate, con i suoi preziosi minerali, assicurano perfetta permeabilità e preservano la vite da pericolosi ristagni.

campo rotalianoEd è così che si presenta la Piana oggi, uno strato minerale profondo che assicura ottimo drenaggio e uno strato di soprasuolo, di scarso spessore, che si riscalda facilmente mentre Le pareti a picco che la delimitano a sinistra e le montagne a nord la proteggono dai venti freddi e la rendono perfetta per la coltivazione della vite.

La posizione della valle era preziosa nell’antichità perché rappresentava il confine e l’anello di congiunzione tra Tirolo e Trentino, zona di transito di genti e culture diverse, e non è un caso che fino a tutto l’800, il Teroldego venisse commercializzato in Germania, Russia e Impero Asburgico.

Solo dopo la prima guerra mondiale, quando i mercati dell’Europa centrale vennero chiusi, il Teroldego iniziò a prendere la via dell’Italia ed è in questo periodo che iniziarono a sorgere le cantine sociali che raccoglievano le uve dai vignaioli locali e si facevano carico del processo produttivo.

I nuovi impianti vennero effettuati utilizzando la forma di allevamento della pergola trentina e vennero selezionate le barbatelle dei cloni più produttivi e più resistenti.

teroldegoQueste scelte e il fatto di essere coltivato in un areale ristretto, ha fatto sì che il nostro vitigno non sia stato in grado di originare materiale primario molto diversificato fenotipicamente. Le successive selezioni massali e clonali, che sono state portate avanti negli anni ‘70, ne hanno ulteriormente impoverito la variabilità  portando alla produzione di prodotti con spiccate affinità.

Per ovviare a questo problema, nel 1985 iniziò, da una collaborazione dell’Università di Milano e l’azienda Foradori, un progetto per il recupero della variabilità del vitigno. Dai vigneti più antichi furono isolati alcuni biotipi e tra questi, dopo una vinificazione  sperimentale,  vennero selezionati 15 biotipi che sono stati omologati dall’azienda e che attualmente vanno ad arricchire la base fenotopica di questo vitigno.

Uno di questi la Merlina, che viene coltivato in Valtellina, ma che forse lì è arrivato anticamente passando dal Tonale e dalla Val di Non, ha attirato l’attenzione degli studiosi racchiudendo in sé una serie di aspetti interessanti: è l’unica a grappolo piccolo, ha una grande quantità di materia colorante ed è molto resistente al freddo.

Ma la ricerca non si è fermata e gli studiosi stanno lavorando alla selezione di nuove tipologie ottenute dalla semina di vinaccioli ottenuti per autofecondazione nel tentativo di trovare viti con minor vigoria produttiva, grappoli più piccoli e spargoli, buccia più spessa e uve più ricche di metaboliti secondari in grado di dare vini con più materiale colorante e più profumi.

Ma come nacque il Teroldego?  Per spiegarvelo vi devo raccontare una storia…

C’era una volta un drago… no, i draghi hanno 4 zampe. Era un Basilisco.

basiliscoAveva il corpo di un serpente, 2 ali ed era interamente ricoperto di squame coriacee che lo rendevano praticamente imbattibile. Questa enorme creatura viveva sopra il monte di Mezzocorona e aveva trovato riparo tra i ruderi del Castello di Corona del San Gottardo. La mattina quando si svegliava, spinto dalla gran fame, si lanciava sulla valle spaccando e divorando tutto. La gente del posto era disperata e pronta a lasciare i loro borghi quando il Conte Ugo Firmian si offri volontario. Avrebbe lui affrontato il mostro. Si fece dare un secchio pieno di latte, uno specchio e si incamminò sulla montagna. Quando il mattino dopo il Basilisco si svegliò fu attirato dal profumo del latte e si avvicinò per berlo e alzando il muso vide un animale come lui che lo guardava. Era così felice di aver trovato un membro della sua specie che cominciò a ballare e così facendo espose il ventre, l’unica parte del suo corpo vulnerabile. Il conte approfittò dell’occasione e con un balzo trafisse l’animale che morì. Firmian gli tagliò la testa, l’infilzò con la spada per mostrarla ai suoi compaesani che intanto erano sopraggiunti, alcune gocce di sangue del Basilisco caddero sul suolo e in quel punto nacque la prima pianta di Teroldego.

Il suo nome è bellissimo ma di origine incerta. Potrebbe derivare da  Tirodola, vite coltivata, su tutore vivo (tirelle), attorno al Lago di Garda, oppure da Tiroler gold (oro del Tirolo).

Ha portamento della vegetazione semieretto, buona vigoria. Il grappolo è medio/grande, di forma piramidale, raramente cilindrico e presenta, a volte, due piccole ali. L’acino è medio, sferoidale, ha buccia pruinosa, spessa e coriacea di colore blu nero. Di produzione abbondante e regolare, predilige potatura lunga a causa della fertilità delle gemme distali. Nelle annate umide soffre di botrite e marciume acido ed è leggermente sensibile a peronospera e oidio.

L’analisi del Dna ha evidenziato sia sequenze di origine orientale che di viti selvatiche. Esistono affinità genetiche  tra il Teroldego, il Syrak (attraverso il Lagrein che è uno dei suoi progenitori) e il Marzemino. Insomma una discendenza di tutto rispetto.

Dà un vino di colore è rosso rubino intenso a volte tendente al violaceo, i profumi sono  floreali  e fruttati (lamponi, frutti di bosco e mirtilli) con leggere note vegetali e balsamiche.

Se invecchiato, il suo bouquet si arricchisce di note speziate e di un leggero sentore di foglie di tè. Al gusto è sapido e amarognolo, di buon corpo e presenta un buon equilibrio tra tannini e acidità.

Le cantine trentine danno tutte prodotti eccellenti che rendono merito alla vocazione per la qualità e alla bellezza di questa regione: Endrizzi, Gaierhof, Donati, Fedrizzi e le cantine sociali di Mezzolombardo, Mezzocorona, di Rover e della Luna.

ClesuraePermettetemi di ritornare a due di loro: la Cantina Rotaliana e l’Azienda Foradori, due cantine diverse come impostazione e filosofia ma che perseguono, ognuna a loro modo, la qualità e l’eccellenza.

Clesurae“, basta il nome per qualsiasi appassionato di vino per riconoscere il Teroldego della Cantina Rotaliana, è nato da un progetto ambizioso, quello di creare un vino  di grande qualità che incontri il gusto internazionale ma che rimanga strettamente legato al territorio e alla sua tipicità. Per ottenere questo risultato  sono state isolate, nei migliori vigneti delle sottozone più vocate della Piana, le viti più vecchie (età media di 40/ 50) che vengono curate con dedizione e rispetto. I preziosi grappoli vengono diradati e si procede ad una vinificazione attenta. Il vino fermenta in rovere francese dopo una macerazione la cui lunghezza dipende dalla qualità delle uve dell’anno e rimane in bottiglia per il necessario affinamento. Il risultato è un vino vigoroso ma elegante, di acidità e tannicità equilibrata, ricco di corpo che presenta  profumi di  viola e lampone e terziari evoluti, dal colore rosso rubino intenso con sfumature violacee. A me piace soprattutto quando si arrotonda con gli anni, quando i suoi profumi diventano bouquet e ogni elemento si amalgama con l’altro.

Un altro cammino percorre Elisabetta Foradori.

elisabetta foradoriAd ogni vendemmia, nel riconoscere i profumi della fermentazione, mi emoziono e ritorno bambina. Ogni anno come la prima volta, l’esperienza di molti raccolti non indica una via su cui muoversi con piede sicuro, ma lascia intravedere solo una linea sottile: una traccia che porta ad una nuova ed intensa esperienza, ancora diversa“. così scrive nel sito web della sua azienda e per me poche parole possono essere più veritiere di un amore e di un rispetto assoluto per la terra e per i suoi cicli.

La capacità di “guardare” per capire, l’umiltà di imparare ogni volta, la pace e la bellezza che può provare chi si mette in comunione con la natura, traspaiono nei suo Granato e in tutti i suoi vini, rendendo anche noi partecipi di questo connubio.

Sto ancora viaggiando… il treno entra ed esce dagli alberi, curva. All’improvviso, alla mia sinistra appare il lago di Santa Giustina, Cles. Arrivo a Dermulo, un amico mi attende. Saliamo su verso la montagna, la strada  compare e scompare attraverso i meleti. Passo Coredo, salgo ancora e arrivo a Smarano. Entro in casa e apro le finestre, esco in giardino. Sotto di me la valle illuminata dalla luce morbida del tardo pomeriggio. La valle dell’Adige alla mia sinistra, la valle di Sole e le Maddalene alla mia destra e, davanti a me, un cielo color pastello, verdemare e arancio, appoggiato sulle Dolomiti del Brenta. Respiro profondamente… sono tornata a casa.

Maria Miseferi

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