Città di Castello cittadina rinascimentale dell’ Altotevere umbro in provincia di Perugia è stata anche quest’anno dal 18 al 19 aprile vetrina della manifestazione Only Wine Festival. Scopo della due giorni tifernate è stato promuovere le piccole aziende (dalla superficie non superiore ai 7 ettari) ed i giovani produttori (età inferiore ai 40 anni) che molto spesso restano “tagliati fuori” dalle grandi catene di distribuzione e dagli eventi promozionali di alto livello (Vinitaly solo per citarne uno).
A rendere possibile l’evento partner di tutto rispetto A.I.S nazionale e regionale, Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, Regione Umbria, Comune di Città di Castello, Gal Alta Umbria. A fare da cornice all’ evento lo splendido palazzo Bufalini situato nella piazza principale della città che tra il loggiato Gildoni al piano terreno e le stanze del primo piano ha ospitato gli stand dei singoli produttori, altre location sono state il palazzo dei priori – comunale presso il quale sono stati collocati alcuni produttori provenienti dai balcani (Serbia, Bulgaria e Romania) ed il palazzo del podestà dove sono stati allestiti interessanti spazi dedicati al vin santo affumicato dell’ altotevere e all’olio di oliva, quest’ ultimo organizzate da AICOO (associazione italiana per la conoscenza dell’ olio di oliva) che ha tenuto momenti degustativi.
La localizzazione dell’ evento nella città altotiberina ad alcuni per certi versi è potuta sembrare un po’ fuori moda rispetto alle grandi direttrici nazionali ed internazionali nelle quali si svolgono manifestazioni dedicate alla vite ed al vino, mentre per altri è apparsa come la giusta congiunzione con l’ideale degli organizzatori che hanno inteso promuovere oltre che le piccole produzioni anche i piccoli – medi comuni come è appunto Città di Castello la cui tradizione agricola non si fonda sulla viticoltura ma bensì sulla tabacchicoltura ma che ha un forte appeal in fatto di promozione del made in Italy agroalimentare e che ultimamente sta cercando comunque di riscoprire le sue antiche tradizioni enologiche (basti pensare che la prima cantina sociale in Umbria è sorta proprio a Città di Castello)
Quasi tutte rappresentate le regioni italiane con prevalenza per l’ Umbria (23), seguita da Emilia Romagna Toscana, Marche (10), Veneto e (8), Liguria (6) Lazio, Puglia, Calabria (5), Abruzzo (4), Piemonte Campania (3), Friuli Venezia Giulia e Molise (2), Sicilia (1).
Numerosi gli eventi in programma nella giornata inaugurale di sabato 18 con il clou ha visto l’apertura degli stand espositivi alle ore 12 presso i quali dopo l’acquisto di tasca e calice al prezzo di 10 euro è stato possibile effettuare 5 degustazioni a scelta fini alle ore 24 da parte di esperti, giornalisti, sommelier o semplici curiosi.
Non sono mancati appuntamenti a tema che sono stati aperti da una degustazione di 5 vini della regione Umbria durante il quale il Prof. Alberto Palliotti dell’Università degli Studi di Perugia ha tracciato una fotografia della viticoltura della regione Umbria che rappresenta il 2 % del totale nazionale e si estende su 13000 ettari ma che racchiude delle produzioni davvero interessanti. Alla regione Umbria ha fatto seguito un confronto tra i due vini maggiormente rappresentativi della regione Marche il Verdicchio nelle due “denominazioni” nelle quali è possibile trovarlo, quello di Jesi e quello Matelica, la conclusione è stata affidata alla degustazione “l’anima dei territori del vino” nel corso della quale sono stati proposti dal campione del mondo dei Sommelier l’aretino Luca Martini vini provenienti da diversi territori italiani.
Ulteriore scopo che la manifestazione si è prefisso è stato l’avvicinamento consapevole al vino tramite l’organizzazione di speed wine, brevi corsi destinati ad appassionati di vino e non solo attraverso i quali apprendere i fondamenti base della degustazione, condotti da sommelier A.I.S Umbria
Anche quest’ anno importante la presenza di delegazioni straniere che ha visto, come accennato, alcune aziende di Serbia, Romania e Bulgaria oltre alla Georgia paese dalla millenaria tradizione in campo vitivinicolo già ospite d’onore nella prima edizione dello scorso anno.
La Romania ha presentato vitigni quali il Feteasca Neagra, il Bohotin Coloviu ed il Tamaioasa Romaneasca, la Bulgaria il Prokupac selezionato da tre piccole cantine artigianali, per la Bulgaria le cantine Neragora, Barovitza e Marian hanno proposto vini biologici e biodinamici prodotti dal vitigno Mavrud varietà derivata dall’ incrocio tra Pinot Nero, Mavrud, Dimiat e Rikat.
Come detto uno spazio a parte è stato dedicato al vin santo affumicato dell’ alta Valle del Tevere prodotto diventato da poco tempo uno dei presidi dì Slow Food che attualmente vanta una quindicina di produttori. Per far gustare il vin santo affumicato si è pensato di abbinarlo al sigaro toscano con il quale si sposa molto bene, ed a questo riguardo basti pensare che nella zona di Città di Castello ricca di coltivazioni tabacchi cole i contadini erano soliti inzuppare le foglie di tabacco della varietà Kentucky nel vin santo per poi fumarle, cosa che oggi viene fatta con il sigaro toscano.
Ulteriore abbinamento è stato quello con il mazzafegati altro presidio Slow Food dell’alta valle del Tevere, soprattutto di Umbertide e Città di Castello, ottenuto con tagli suini meno nobili (coda, cartilagini, cotenna) e l’aggiunta di almeno il 15% di fegato suino ed una speziatura molto forte da cui il nome “ammazza fegato”
Passeggiando “allegramente” ma con occhio interessato per l’Italia vitivinicola presente nelle sale allestite per l’occasione ci siamo imbattuti in tantissimi produttori che hanno presentato delle vere e proprie particolarità raccontando delle vere e proprie storie di vita ,che ci parlano di un modo di intendere la produzione agricola (vitivinicola in questo caso) in maniera attenta al paesaggio ed alla salubrità delle produzioni ed alle tradizioni piuttosto che ai grandi numeri ed agli elevati redditi che solo e soltanto grandi superfici/investimenti permettono di raggiungere.
Il Veneto e più precisamente la provincia di Treviso terra ricca di eccellenze vitivinicole la cui fama travalica di gran lunga la penisola, ci fa scoprire lo storico Torchiato di Fregona D.O.C.G (se ne hanno notizie già dal 1600 quando in una frazione dell’omonimo comune venne vendemmiata dell’ uva non perfettamente sana a causa di una gelata anticipata, uva che una volta stesa su graticci all’interno di un granaio maturava molto bene) rappresentato dalla cooperativa dei produttori dell’ omonimo vino alla quale aderiscono 7 soci per una produzione di circa 20000 bottiglie annue.
Il Torchiato è un vino passito prodotto ottenuto da vitigni Glera (tra il 30% ed il 45%), Verdiso (30% – 45%), Boschera (25% – 40%) prodotto nei comuni di Fregona, Cordignano, Sarmede e Cappella Maggiore, nel trevigiano non lontano dall’altopiano del Cansiglio, e dalla città di Vittorio Veneto. Dopo sei mesi di appassimento delle uve ed il passaggio di due anni in botte il prodotto è pronto per essere imbottigliato e viene venduto principalmente a livello locale anche se negli ultimi tempi con l’aumento della produzione si stanno sondando mercati esteri, quali Regno Unito e Stati Uniti.
La produzione può a ragione essere definita non tanto biologica (non essendo certificata) ma naturale data la totale assenza nell’ impiego di prodotti chimici durante la fase in campo come previsto dal rigoroso disciplinare di produzione della D.O.C.G. Estremamente importante è la torchiatura fase che segue l’appassimento, prima della quale vengono scelti i grappoli non attaccati dalla muffa nobile (Botrytis Cinerea), marci, ecc, l’uva viene diraspata rigorosamente a mano e appassita è versata nel torchio e ripetutamente spremuta. Il mosto ottenuto fermenta lentamente in botticelle di rovere e acacia non del tutto colme affinchè il vino si ossidi a contatto con l’aria, in piccola parte disperdendosi, il mosto viene quindi lasciato decantare naturalmente per eliminare grossolanamente le parti solide.
Scendendo più a sud nelle Marche e più precisamente in provincia di Macerata troviamo l’azienda Tiberi David di Loro Piceno, patria del mosto cotto. Il vino cotto è ottenuto dal 1 ettaro di vigneto costituito da vitigni di Verdicchio, Malvasia, Montepulciano, Trebbiano, Sangiovese. Particolarità del vino cotto è data dai circa 10 anni di appassimento di cui necessita e che ne giustificano il prezzo di vendita, anche se in azienda sono presenti botti contenenti vino cotto invecchiato fino a 40 anni, presenti nello stand bottiglie del 1964. La titolare dell’azienda ci rivela che per ampliarne la produzione la zona è stata ampliata anche alle province di Ascoli e Fermo nelle quali l’invecchiamento è solo di 2 -3 anni e che comunque è a Loro Piceno che si deve l’idea del mosto cotto, ed in particolare quello dell’azienda Tiberi premiato nella scorsa edizione del Merano Wine fest e che è riuscita a piazzarsi su i mercati di Giappone e Corea del sud data la particolarità del prodotto
Scambiando battute con i produttori è emersa la fortissima passione che li accomuna con il proprio lavoro come il caso della sig.ra Sabrina Lastrucci erede dell’ azienda di famiglia, Lecci e Brocchi di Castelnuovo Berardenga nel senese in zona Chianti Classico D.O.C.G, passione che accomuna anche il giovane figlio studente presso l’istituto agrario Ricasoli di Siena anche’esso occupato nelle attività aziendali, che nel futuro prossimo si vede già studente presso la facoltà di agraria dell’ Università degli Studi di Pisa. L’azienda produce vino dal 2002 e dal 2010 imbottiglia per una produzione di 15000 bottiglie all’anno, Chianti Classico e riserva, Sangiovese bianco (il Sangiò, da Sangiovese e dal citato figlio Giovanni). Affronta con decisione oltre al mercato locale e nazionale quello estero, in particolare Belgio e Stati Uniti.
Girando tra gli stand capita di imbattersi nella cantina Cantagallo di Edoardo Capecchi di Cortona, comune dalla vivace produzione enologica basti solo citare su tutti il Syrah (vino D.O.C) e dalla forte tradizione agricola, come dimostra la presenza dello storico istituto agrario Angelo Vegni alle Capezzine. Il bello della diretta è scoprire che contrariamente a quanto si potesse pensare l’azienda nei suoi 1,7 ettari non produce il Syrah perché a detta del giovane produttore “lo facevano tutti” ma Merlot di Cortona D.O.C (sole) un rosso I.G.T. Toscana (amore), un Cabernet Sauvignon Cortona D.O.C (gallo) ed un passito ottenuto da uve merlot e Cabernet Sauvignon (passato, presente e futuro). Inoltre l’azienda completa la propria offerta differenziando le produzioni con farro e cece ruvido della Valdichiana.
Andiamo poi in Romagna territorio conosciuto più dai curiosi/esperti che dal pubblico di massa, e scambiamo alcune battute con la giovane responsabile dei mercati esteri della Tenuta la Viola di Bertinoro nel cesenate perla della produzione vitivinicola romagnola, la quale ci rivela la difficoltà di proporre e vendere i vini del territorio all’estero pur essendo il sangiovese la base di molti grandi vini. L’azienda come molte altre presenti in quel di palazzo Bufalini ha sposati i dettami dell’ agricoltura biologica fin dal 1999 e nei sette ettari di proprietà produce esclusivamente vini rossi (circa 45- 5000), principalmente Sangiovese (oddone e colombarone, P Honorii) e un I.G.T (vigna 25) ottenuto per il 45% da cabernet e merlot e per il restante 10% da sangiovese. Anche in questo caso molto forte è il legame con il territorio come dimostrano le etichette dei vini nelle quali sono raffigurati immagini della cittadina di Bertinoro.
Piacevole scoperta è anche venire a conoscenza di una realtà vitivinicola quasi ignota ai più ma che comunque è foriera di casi interessanti come quello dell’azienda Le Macchie di Castelfranco di Rieti quasi alle pendici del monte Terminillo ad una altitudine tra i 610 e i 650 metri, zona caratterizzata da una forte escursione termica tra giorno e notte. L’azienda da una decina d’anni su 4 ettari oltre a 1 ettaro da poco piantato quest’ultimo per la produzione del vitigno autoctono Cesanese di Rieti produce circa 13 -14000 bottiglie ed ultimamente ha piantato vigneti di Traminer e Riesling che essendo vini originari dell’ Alto Adige ben si adattano al clima montano che caratterizza i terreni aziendali.

Non ci siamo certo dimenticati dell’ Umbria e per far sentire una voce per così dire fuori dal coro abbiamo preso la via di Spoleto città dalla tradizione più olivicola che vitivinicola dove Gianluca Piernera titolare della Cantina Ninni i
Sempre nel comprensorio spoletino la cantina Colle Uncinano zona sud del comune vicino ai Monti Martani dove in 22 ettari vengono prodotte 60 – 70000 bottiglie, un bianco e due rossi a base Sangiovese, Trebbiano spoletino.nterna alla D.O.C del Trebbiano spoletino e dei Monti Martani ci introduce al magico mondo del Trebbiano spoletino vitigno dalle grandi potenzialità e precisa che molte delle aziende di Montefalco che negli ultimi anni hanno inserito il Trebbiano tra le loro produzioni hanno acquistato terreni nello spoletino dove le potenzialità per il suo sviluppo sono senza dubbio molto elevate.
Il titolare Francesco Campanella ci rivela che un quantitativo importante delle vendite è stato rivolto al mercato vietnamita.
Per la Toscana zona Chiusi notiamo con piacere la cantina Il Roglio frutto della passione di due ragazzi David e Maria Elena compagni nella vita e nella passione per il vino. L’azienda nata dal recupero di vigneti anche di oltre 50 anni si estende su 3,5 ettari in regime biologico non tutti produttivi alcuni impianti di 5 anni fa altri di 2 altri di 1 per una produzione attuale che si attesta sulle 5000 bottiglie. David esprime la contentezza nel portare avanti l’attività ma al tempo stesso le difficoltà di avviare una attività ex novo senza appoggi particolari e che per 2 anni ha venduto un buon numero di bottiglie in Olanda e Canada.
In chiusura possiamo dire che gli elementi che hanno caratterizzato la manifestazione sono stati: territori (è stato un vero e proprio viaggio in Italia), innovazione (tanti i prodotti particolari presenti), produzioni rispettose per l’ambiente (molte le aziende in regime di agricoltura biologica alcune in conversione o comunque utilizzatori di pratiche a basso imbatto ambientale), presenza di una forte imprenditorialità femminile (numerose le imprenditrici presenti nei diversi stand), passione per la terra, amore per il proprio lavoro e interesse vero nel raccontarlo.
Potremmo continuare ancora in lungo ed in largo questo affascinate gito per l’Italia vitivinicola presente ad Only Wine ma crediamo seppur brevemente di aver tracciato un quadro esaustivo di quello che è stata la giornata iniziale della manifestazione e suscitato una certa curiosità in fatto di produttori e produzioni presenti.
Non resta che dare appuntamento a tutti coloro i quali fossero interessati a scoprire l’affascinante mondo delle piccole cantine e dei giovani produttori per la terza edizione di Only Wine Festival che come sempre vedrà Città di Castello protagonista dal 23 al 25 aprile 2016 con sempre nuove proposte.
Domenico Aloia
aloia.domenico@libero.it
